Perché le chiacchiere di Carnevale sono conosciute anche come bugie? Solo in pochi sanno rispondere!

C’è un momento, a Carnevale, in cui ti ritrovi con le dita infarinate di zucchero a velo e una domanda che spunta come una briciola fastidiosa: perché mai le chiacchiere, così leggere e allegre, in certe zone si chiamano anche “bugie”? Sembra uno scherzo, e invece la risposta è sorprendentemente sensata.

“Bugie”: non è un insulto, è una descrizione (furba)

In Piemonte e in Liguria il nome bugie è legato a una caratteristica molto concreta del dolce: quando lo mordi, senti croccantezza, aria, fragilità. Dentro è vuoto, o meglio, pieno di piccole bolle che lo rendono leggero e friabile. E qui scatta l’associazione: una bugia è vuota di verità, sta in piedi ma non “pesa” di sostanza.

È una metafora quotidiana, quasi domestica. Come dire: “Attento, sembra qualcosa, ma dentro non c’è niente”. E se ci pensi, è esattamente l’esperienza del primo morso.

Chiacchiere, bugie e altri nomi: cosa c’entrano le parole con la pasta fritta?

L’Accademia della Crusca (che su questi dettagli linguistici è un po’ come una lente d’ingrandimento) spiega che molti nomi regionali nascono da nuclei semantici legati alla fisicità del dolce: la sua leggerezza, il suo sbriciolarsi, la forma, persino l’idea di “ritaglio” o “scarto”.

Ecco i collegamenti più affascinanti:

  • Vuoto e vacuità: chiacchiere e bugie richiamano parole “vuote”, come pettegolezzi o menzogne.
  • Sbriciolamento: la fragilità che si spezza tra le dita.
  • Forma: nastri, fiocchi, strisce (da qui certi nomi).
  • Materiale di scarto: come i cenci, che evocano pezze e ritagli.

C’è anche un proverbio antico che suona quasi come una frecciatina: “acqua e chiacchiere non fan frittelle”. Tradotto: le parole leggere non riempiono, serve sostanza. E guarda caso, le chiacchiere, per definizione, non sono mai “sostanziose”.

Dove si chiamano “bugie” e dove cambiano identità?

La cosa divertente è che stiamo parlando dello stesso impasto (più o meno), ma in Italia cambia maschera ogni poche centinaia di chilometri. In genere:

  • In Piemonte e Liguria: soprattutto bugie, spesso più piccole, talvolta a rombo.
  • A Roma e nel Lazio: frappe.
  • In Toscana: cenci.
  • In Friuli: crostoli.
  • In Veneto: galani, perché ricordano dei nastri.

Questa frammentazione non è un difetto, è il bello della nostra cucina: niente “unificazione”, tanta memoria locale.

Una storia antica, friabile e… romana

Sotto tutta questa varietà c’è un filo storico che porta indietro di secoli. Le origini vengono spesso ricondotte ai frictilia, dolci fritti dell’antica Roma preparati durante le feste dei Saturnali. Il concetto è rimasto: un impasto semplice, fritto velocemente, poi reso festivo da una spolverata generosa.

È quasi il prototipo del dolce di festa popolare: poco costoso, condivisibile, capace di durare qualche giorno (ammesso che qualcuno non le finisca di nascosto).

Che cosa rende una “bugia” davvero bugia?

Se dovessimo ridurlo a una mini formula, sarebbe questa:

  1. Impasto essenziale (farina, uova e poco altro).
  2. Sfoglia tirata sottile.
  3. Frittura rapida che crea bolle d’aria.
  4. Risultato: croccante fuori, vuoto e leggero dentro.

E proprio quel “vuoto” è la chiave linguistica. È un dolce che sembra grande, ma pesa pochissimo. Proprio come certe parole dette per riempire il silenzio.

Varianti moderne (anche ripiene) e un dettaglio da notare

Oggi trovi anche versioni:

  • ripiene (marmellata, crema, cioccolato),
  • al forno (più leggere, meno tradizionali),
  • aromatizzate con agrumi o liquori.

Ma se vuoi capire davvero perché si chiamano bugie, devi provare quelle classiche, sottili, che si spezzano con un “crack” secco. In quel momento capisci: non è un nome cattivo, è un nome perfetto.

E la prossima volta che qualcuno ti chiede il motivo, puoi rispondere senza esitazione: si chiamano bugie perché, come le bugie vere, sembrano piene ma dentro sono vuote. E a Carnevale, in fondo, anche questo fa parte del gioco.

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