Capita più spesso di quanto ammettiamo: metti su l’acqua, butti dentro il riso, “tanto è facile”, e poi ti ritrovi con chicchi collosi, o peggio ancora duri al centro. Ecco perché “il riso non va cotto così”: quasi tutti inciampano sempre negli stessi errori, piccoli in apparenza, decisivi nel risultato.
L’errore numero uno: andare a occhio con acqua e riso
Il riso sembra indulgente, ma non lo è. La cottura degli amidi segue regole precise, e se le proporzioni sono sbagliate il piatto perde subito equilibrio.
Per un riso bianco bollito, una proporzione pratica e affidabile è:
- 100 g di riso bianco
- 500 ml di acqua
Se metti meno acqua rischi un riso che non arriva mai a cottura completa. Se ne metti troppa e poi scoli “quando ti pare”, spesso lavi via sapore e ottieni chicchi gonfi, senza personalità.
Risciacquare sì, risciacquare no: dipende da cosa vuoi ottenere
Qui ho cambiato idea più volte, finché non ho capito il punto: il risciacquo non è un rito, è una scelta tecnica.
Quando risciacquare
Nel riso bollito o al vapore, sciacquare sotto acqua fredda finché l’acqua non è quasi trasparente aiuta a eliminare polvere e residui di confezionamento, e soprattutto riduce l’eccesso di amido. Risultato: chicchi più separati, boccone più leggero.
Quando non risciacquare
Nel risotto, invece, quell’amido serve. È ciò che crea la cremosità naturale. Se lo lavi via, poi ti ritrovi a inseguire una consistenza che non arriva.
I tempi non sono un’opinione (e “al dente” non significa crudo)
Un altro inciampo comune è giocare con i minuti, come se il riso fosse pasta. In realtà “accorcio così resta al dente” spesso si traduce in cuore crudo, mentre “allungo per sicurezza” porta a un riso spappolato.
Indicazioni utili, da adattare alla varietà e al produttore:
- Riso bianco: circa 15 minuti
- Riso semi integrale: circa 30 minuti
- Riso integrale: circa 45 minuti
Il trucco più semplice è assaggiare a fine tempo, non a metà in modo compulsivo. E, se possibile, seguire sempre le istruzioni specifiche della confezione.
Gestione del calore: il fuoco alto è un falso amico
Se tieni la fiamma troppo alta, l’acqua evapora in fretta e i chicchi cuociono male: fuori sembrano quasi pronti, dentro restano tenaci.
Una sequenza che funziona spesso:
- Porta l’acqua a bollore.
- Aggiungi il riso.
- Riporta a leggero bollore.
- Abbassa al minimo e copri.
Il calore dolce permette al vapore di fare il suo lavoro con calma, senza stressare i chicchi.
Coperchio e cucchiaio: meno interventi, più precisione
Qui è dove tanti, per ansia da controllo, rovinano tutto.
- Sollevare il coperchio fa perdere vapore e altera il rapporto tra acqua e riso. Ogni occhiata “solo un secondo” cambia la cottura più di quanto pensi.
- Mescolare troppo libera amido e rende il riso più molle. Per il riso bollito, meglio mescolare poco o nulla, giusto per evitare che si attacchi all’inizio.
La pentola giusta (sì, conta davvero)
Mi è capitato di usare una casseruola troppo stretta: riso ammassato, cottura irregolare, chicchi sopra asciutti e sotto cotti a metà. Anche l’opposto crea problemi: una pentola troppo larga accelera l’evaporazione.
Scegli una pentola proporzionata alla quantità, con fondo che distribuisca bene il calore e un coperchio che chiuda davvero.
Risotto: i tre passaggi che cambiano tutto
Nel risotto gli errori “classici” sono ancora più evidenti.
- Tostatura del riso: almeno 1 minuto a fuoco deciso, finché i chicchi diventano caldi e leggermente traslucidi. È ciò che aiuta a mantenere il chicco compatto.
- Brodo caldo, sempre: aggiungere brodo freddo blocca la cottura e spegne i profumi. Tienilo in caldo e versalo poco per volta.
- Cipolla ben cotta: deve diventare morbida e asciutta, non restare croccante e acquosa sotto i denti.
Il finale che molti saltano: il riposo
Ecco il dettaglio che sembra inutile, ma fa la differenza: a cottura finita, lascia riposare il riso 5 minuti coperto. Il calore si redistribuisce, l’umidità si assesta, i chicchi si stabilizzano.
Nel risotto, invece, spegni il fuoco e dedica un paio di minuti alla mantecatura (burro o formaggio, mescolata delicata): è lì che nasce quella cremosità che, quando è fatta bene, si ricorda più del condimento.




