Alexander Zverev: carriera, diabete e allenamento, dopo Tokyo 2025 le nuove sfide

C’è un momento, nella carriera di un campione, in cui i numeri smettono di essere solo numeri e diventano un peso. Guardando Alexander Zverev oggi, numero 3 del mondo, si percepisce proprio questo: una stagione piena di aspettative, qualche lampo da fuoriclasse e quella sensazione, dichiarata da lui stesso, di essere rimasto “incredibilmente insoddisfatto”. E quando lo dice uno come lui, non è una frase buttata lì.

Una carriera costruita per stare in alto

Zverev non è arrivato per caso dove si trova. Nato ad Amburgo il 20 aprile 1997, 1,98 m di potenza e leve infinite, destro, cresciuto in un ambiente di tennis (e ancora allenato dal padre, Alexander Zverev Sr.), ha messo insieme una carriera da top assoluto: oltre 58 milioni di dollari di prize money e un bilancio 521-224 tra vittorie e sconfitte.

I suoi picchi sono di quelli che ti fanno pensare “prima o poi lo Slam arriva”:

  • ATP Finals 2018, con un percorso da film (Federer in semifinale, Djokovic in finale).
  • ATP Finals 2021, di nuovo con Djokovic sulla strada e poi Medvedev.
  • Sei Masters 1000, tra cui piazze pesanti come Roma, Madrid e Parigi.

In altre parole, Zverev ha già battuto tutti, sui palcoscenici che contano. Quello che manca è “solo” il tassello più grande.

2025: la finale Slam e il retrogusto amaro

Il 2025, sulla carta, ha avuto un momento che tanti sognano: la finale agli Australian Open, persa contro Jannik Sinner (6-3, 7-6, 6-3). Eppure, proprio quell’anno Zverev lo ha definito insoddisfacente. Perché?

Due indizi pesano più di tutto:

  1. Fragilità fisica, che in una stagione lunga ti presenta il conto nei momenti chiave.
  2. Un record negativo contro i migliori: 4-11 contro i top 10. E per vincere uno Slam, prima o poi, devi passare lì.

Ci sono stati anche risultati buoni, come un percorso solido a Roma e i quarti a Madrid, ma a fare male sono le uscite precoci altrove, quelle che ti tolgono ritmo e certezze.

Diabete: cosa sappiamo davvero

Qui vale la regola più semplice e più corretta: attenersi ai fatti. Non emergono informazioni attendibili che colleghino Alexander Zverev al diabete. Nei dati e nei resoconti disponibili non viene citata alcuna diagnosi o condizione di questo tipo legata al giocatore.

Questo non significa che l’argomento non sia importante nello sport, lo è eccome, basti pensare a come la gestione della glicemia possa impattare su energia, recupero e concentrazione. Ma nel caso di Zverev, oggi, non c’è una base concreta per raccontarla come parte della sua storia personale.

Allenamento: pochi dettagli, ma una direzione chiara

Anche sull’allenamento non ci sono routine specifiche rese pubbliche nei materiali a disposizione. Però qualcosa si può ricostruire in modo credibile, guardando come gioca e cosa gli serve per fare lo scatto definitivo.

Per un giocatore con il suo fisico e il suo stile, le priorità tipiche sono:

  • Resistenza e prevenzione infortuni, per trasformare la potenza in continuità.
  • Esplosività controllata, soprattutto nei primi colpi dopo il servizio.
  • Tenuta mentale, quella calma nei primi turni Slam che lui stesso ha citato dopo il match d’esordio a Melbourne.

In pratica, non è solo “allenarsi di più”, è allenarsi per reggere quando la pressione sale, un tema quasi psicologico, oltre che atletico.

Dopo Tokyo 2025: quali nuove sfide lo aspettano

Nei risultati disponibili non c’è un riferimento preciso a “Tokyo 2025” come tappa determinante (potrebbe alludere al Japan Open, ma non è menzionato). Quello che invece è chiaro è il bivio: a 28 anni, Zverev entra in una finestra che molti definirebbero “adesso o mai più”.

Le sfide reali, molto concrete, sono tre:

  • Colmare il gap di punti con il “Big Two” del momento (Sinner e Alcaraz), un distacco quantificato in migliaia di punti.
  • Ritrovare continuità fisica dopo un 2025 pieno di stop e fragilità.
  • Vincere il primo Major, perché tutto il resto, ormai, lo ha già dimostrato.

E qualcosa si muove: agli Australian Open 2026 è arrivato agli ottavi con vittorie convincenti (Diallo, Muller, Giron, Sonego), mostrando quella capacità di aggiustarsi partita dopo partita che distingue i grandi. In fondo, il tennis è anche questo, un esercizio di resilienza sotto i riflettori.

La sensazione è che Zverev non abbia più bisogno di “scoprire” il suo livello. Lo conosce già. Ora deve solo imparare a tenerlo in vita abbastanza a lungo da prendersi ciò che gli manca davvero.

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